Presentare una stagione teatrale non significa soltanto annunciare un calendario di spettacoli.
È dichiarare una visione.
Perché un teatro è uno sguardo.
E ogni sguardo è una scelta.
Viviamo un tempo che ci spinge continuamente a separarci.
A chiuderci dentro ciò che già conosciamo.
Dentro linguaggi che parlano soltanto a chi li condivide.
Dentro identità che diventano confini.
Noi vogliamo fare il contrario.
E cioè costruire uno spazio dove le differenze possano incontrarsi senza perdere la propria voce.
Perché una comunità non cresce quando tutti si assomigliano.
Cresce quando impara ad ascoltarsi.
Il teatro Trianon Viviani nasce da questa idea.
Non un luogo che si limita a ospitare spettacoli.
Ma un luogo che rende possibili incontri.
Per questo il tema della stagione 2026/2027 è l’identità.
Non l’identità come recinto.
Non l’identità come nostalgia.
Non l’identità come ripetizione.
Ma l’identità come memoria, trasformazione e creazione.
Siamo tutti più piccoli di un teatro.
Più piccoli della sua storia.
Più piccoli delle parole che vi sono state pronunciate.
E perfino di quelle che devono ancora essere dette.
Un teatro ci precede.
E ci sopravvive.
Nessuno può pensare di possederlo.
Per un tratto di strada ne siamo soltanto i custodi.
Abbiamo il dovere di prendercene cura.
Di ascoltarlo.
Di renderlo un po’ più aperto di come lo abbiamo trovato.
Di consegnarlo a chi verrà dopo di noi un po’ più ricco di possibilità.
Ed è questa la responsabilità più importante di chi dirige un teatro pubblico.
Siamo a Forcella.
Forcella vive da secoli dell’incontro tra persone, culture, lingue, racconti.
È uno dei luoghi nei quali Napoli continua a imparare da sé stessa.
A me piace pensarla come un porto.
Un porto nel cuore della città.
E un porto non è mai un luogo fermo.
Accoglie.
Lascia partire.
Aspetta.
Ogni approdo cambia il porto stesso.
Così un porto impara.
Così un porto ricorda.
Così un porto continua a trasformarsi senza smettere di essere sé stesso.
E vorrei che il teatro Trianon Viviani avesse questa stessa natura.
E quindi non un cartellone costruito per affinità.
Piuttosto un cartellone in cui convivano il patrimonio della nostra tradizione e le scritture del presente.
La memoria e la ricerca.
La musica popolare e quella sinfonica.
Le nuove sonorità e i grandi repertorî.
Il teatro civile e la festa.
La danza.
La musica.
La parola.
Il corpo.
Non perché ci piaccia accostare mondi diversi.
Ma perché Napoli è così.
Una città che non ha mai parlato una sola lingua.
Una città che ha sempre trasformato le differenze in ricchezza.
Ogni linguaggio custodisce una parte della sua verità.
E nessuno basta da solo.
Per questo un teatro pubblico non può scegliere una voce soltanto.
Ha il dovere di ascoltarle tutte.
Anche quelle che ancora non conosce.
Non ci interessa conservare la tradizione.
Ci interessa tenerla viva.
Perché una tradizione vive soltanto quando qualcuno continua a interrogarla.
Quando smette di essere una risposta e torna a essere una domanda.
Vorremmo che questa stagione fosse attraversata da questo stesso movimento.
Non la rassicurazione di ciò che conosciamo.
Ma la scoperta di ciò che ancora non sappiamo vedere.
Ed è per questo che chiediamo al pubblico di attraversarla.
Come si attraversa una città.
Come si attraversa un porto.
Sapendo che, alla fine del viaggio, nessuno torna esattamente uguale a prima.
Il teatro continua a ricordarci che il mondo è sempre più grande di noi.
Che esiste uno sguardo diverso dal nostro.
Che ogni incontro può cambiare il modo in cui guardiamo le cose.
Per questo un teatro non produce soltanto spettacoli.
Produce comunità.
È un gesto antico.
Forse il più antico.
Riunirsi.
Guardarsi.
Riconoscersi.
E immaginare insieme un’altra possibilità.
Devono ancora accadere moltissime cose.
E non accadranno da sole.
Accadranno soltanto se sapremo prenderci cura di questo teatro.
Della nostra città.
Gli uni degli altri.
C’è un’ultima immagine che accompagna questa stagione.
È quella di Gennaro Capuozzo.
Gennarino
Corre.
Attraversa il manifesto come attraversa il nostro sguardo.
Questa stagione è dedicata a lui.
Per ricordarci che ogni generazione è chiamata a custodire ciò che ha ricevuto e a consegnarlo, un po’ più libero, a chi verrà dopo.
Noi possiamo farlo con gli strumenti che conosciamo.
Il teatro.
La cultura.
La bellezza.
Il pensiero.
L’incontro.
L’immaginazione.
Siamo tutti più piccoli di un teatro.
E un teatro, quando appartiene davvero alla sua comunità, può essere abbastanza grande da cambiare il modo in cui una città guarda sé stessa.
Questo è il nostro compito.
Rendere possibile ciò che ancora non lo è.
La parte più importante di questa storia deve ancora essere scritta.
Andiamo a cominciare!
Curre curre guaglio’.
Pierpaolo Sepe




